Paolo Fresu

Paolo Fresu
A cura di
Michela Corda
Scritto il
17 luglio 2017
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Uno dei più grandi trombettisti internazionali ci spiega il suo modo di intendere la sua isola, la Sardegna, come crocevia e amplificatore di stimoli artistici, la musica come linguaggio universale e il jazz come espressione e condivisione di culture diverse. Un viaggio alla scoperta della Sardegna, dell’Italia e del mondo.

 

Recentemente nel saggio “Il pregiudizio universale” edito da Laterza, ti è stato affidato il compito di sfatare il luogo comune secondo il quale “il jazz è difficile”, quali sono i preconcetti sulla Sardegna che non condividi?

Fondamentalmente i pregiudizi sulla Sardegna sono in gran parte prerogativa dei sardi stessi, un po’ come gli italiani in generale: c’è chi è convinto che sia il posto più bello del mondo e che i suoi prodotti siano superiori a qualsiasi altro, c’è chi al contrario sostiene per partito preso che tutto quello che proviene dall’esterno sia migliore. Trovo che entrambi gli estremi siano limitativi, io vedo la Sardegna come un’isola connessa col mondo e, quindi, credo debba scambiare con l’esterno tutte le sue eccellenze e portarne di nuove. Dallo scambio e dalle contaminazioni, come dagli scontri e dal dialogo nascono grandi opportunità di crescita.

Nonostante tu viva in tournée mondiali la maggior parte del tuo tempo, non perdi mai il contatto diretto con la Sardegna…

Io sono molto legato alla Sardegna, non soltanto perché ci sono nato, anche adesso io non la vivo solamente come un rifugio per staccare la spina. Mi tengo in contatto quotidianamente con la mia famiglia, i miei amici e con esponenti di tutte le istanze culturali dell’isola, non solo i musicisti. Ecco, per vivere l’insularità in modo positivo e non come una limitazione, bisogna intendere l’isola come un server che immagazzina e permette di condividere dati, amplificando naturalmente le cose che meritano di essere valorizzate. Per me la Sardegna è una continua fonte di ispirazione, forse anche perché è un luogo talmente diverso, in cui si respira un’energia così forte che invoglia naturalmente a condividere le emozioni e le esperienze vissute.

Il Jazz, di primo acchito, evoca ambientazioni d’oltreoceano che poco hanno a che fare con i suoni tipici della musica tradizionale sarda…

Il Jazz è una musica spuria, curiosa e aperta, direi quasi spugnosa, non esiste uno spartito rigido, ma solo un canovaccio di conseguenza quando si suona ognuno porta sul palco la propria personalità. Io non faccio niente in particolare per ostentare o per nascondere per le mie radici, esprimo me stesso. Certo mi fa piacere che a ogni concerto, in qualsiasi parte del mondo, in Australia come in Asia, ci sia sempre un sardo ad ascoltarmi, e ho lavorato anche ad alcuni progetti, come “Sonos ‘e memoria” o “Ethnografie”, in cui utilizzo materiali legati alla tradizione sarda, ma in generale la mia musica sembra avulsa dal repertorio sardo, dal coro e dagli strumenti tipici come le launeddas. Eppure dopo ogni esibizione qualcuno mi dice di aver sentito qualcosa della Sardegna. Credo sia semplicemente perché la Sardegna fa parte di me.

Eppure ci risulta che tu sia fortemente legato anche alla lingua sarda…

Io ho imparato ad esprimermi e pensare prima in sardo che in italiano e tuttora porto avanti il progetto di un dizionario sardo/italiano che avevo avviato con mio padre, ma per mio figlio la situazione è già diversa. Io sono nato in un’epoca in cui i miei genitori e tutto il paese comunicava in dialetto, ora non è più così. Però sono contento che lui adesso stia iniziando a muovere i primi passi sia con la tromba che con il sardo, è un retaggio che non vorrei andasse perso, ma non voglio forzarlo. In casa non parliamo in dialetto anche perché mia moglie è di Alghero, quindi, capisce il catalano e non il logudorese, ma soprattutto per me il linguaggio è un mezzo di comunicazione, ma non ho intenzione di imporlo così come non impongo altre lingue molto più diffuse oggi nel mondo, una lingua deve far parte della quotidianità. Soltanto mia madre si rivolge ad Andrea in sardo e io ogni tanto gli spiego qualcosa…poi starà a lui decidere se imparare a parlarlo a sua volta!

A sentirti parlare sembreresti quasi nostalgico, come coniughi questo attaccamento alle tue origini con una vita in giro per il mondo?

Fortunatamente non sono affatto nostalgico, se vivessi ogni partenza come un abbandono non potrei fare quello che faccio! Io mi sento a mio agio ovunque vada, non porto la caffettiera in valigia e non cerco ristoranti italiani, anzi. Mi piace immergermi nella cultura del luogo pronto ad apprezzarne la diversità e la bellezza. Non lo dico per piaggeria, non è una corazza che ho costruito e indossato per sopravvivere- Ogni viaggio per me implica una contaminazione e ogni contaminazione è un’occasione di crescita personale e professionale. Senza contaminazione non esisterebbe il Jazz!

Possiamo parlare anche di contaminazione tra generi dal momento che hai reinterpretato i grandi della musica classica come Bach…

Il Jazz è nato proprio dall’incontro e dallo scontro tra la cultura europea classica e il sound più spontaneo della cultura africana nell’America del primo ‘900. In fondo nella musica non si inventa niente da zero, ci sono cicli e ricicli, ogni nuova tendenza si innesta sulle precedenti e ne anticipa di nuove. Di recente ho letto che uno dei sogni nel cassetto di Louis Armstrong sarebbe stato registrare “Cavalleria Rusticana” di Mascagni e per questo nei warm up in camerino ne suonava qualche aria… Sul palco poi avrebbe suonato tutt’altro, ma spesso prima di entrare in scena il suo pensiero volava a quello. Anche questo è il bello della musica Jazz, è fluida e non conosce limiti di genere.

A questo punto puoi sfatare anche per i nostri lettori il luogo comune per cui il Jazz è difficile!

Per un periodo, fino agli anni “70, in effetti il Jazz si era un po’ chiuso in se stesso risultando più ostico per il grande pubblico, quasi elitario. Per apprezzarlo davvero bisognava educare l’ascolto e padroneggiare un substrato culturale molto particolare. Oggi non è più così, anzi una parola così piccola come Jazz riassume un secolo di storia e raccoglie un mondo intero di suggestioni e correnti musicali… Oggi non si può più dire “non capisco o non mi piace”, basta avere la curiosità di cercare e di sicuro si troverà un Jazz da amare immediatamente e per sempre.

Un ultima domanda, anche quest’anno, dall’8 al 16 agosto, si svolgerà nella tua Berchidda “Time in Jazz”, una delle più importanti manifestazioni musicali del genere in Europa

Solitamente aspettiamo un po’ prima di dare l’annuncio del tema annuale a cui dedichiamo il Jazz Festival, nel tempo abbiamo affrontato gli argomenti più disparati, concreti come il cibo o astratti come le ali, ma questa edizione sarà un’edizione particolare perché cada l’anniversario dei 30 anni per cui abbiamo deciso di celebrare la storia della manifestazione. Parteciperanno come sempre artisti di grande calibro, vecchi amici e nuovi ospiti, interpreti delle diverse tendenze musicali che sono emerse o stanno emergendo all’interno del Jazz.
Certo questo non vuol dire che abbandoneremo il filone “green” che ha sempre caratterizzato il Festival promuovendo la tutela dell’ambiente e i prodotti tipici del territorio. Diciamo che uniremo storia e innovazione, faremo Jazz.

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Dati anagrafici

Nome e Cognome

Paolo Fresu

Luogo e data di nascita

Berchidda, 10 febbraio 1961

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