Claudio Coccoluto

DJ Claudio Coccoluto 1
A cura di
Michela Corda
Scritto il
03 giugno 2016
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Il personaggio

Fare di un hobby, una professione è un sogno per molti, trasformare quello che si farebbe anche gratis per pura passione in un’attività retribuita e a tempo pieno però suona come un ossimoro, una contraddizione in termini alle orecchie dei più. Eppure qualcuno ci riesce. Basta pensare a tutti i ragazzini della squadra dell’oratorio che hanno appeso le scarpette al chiodo o al massimo continuano ad allenarsi due volte alla settimana con grandi sacrifici per il torneo seniores del quartiere e ai pochi che arrivano in serie A. Qualcuno ci riesce. Un mix di talento, un po’ di impegno e tanta fortuna…

Abbiamo fatto una chiacchierata con Claudio Coccoluto per scoprire come lui ce l’ha fatta e alle nostre orecchie non sembra più una missione impossibile: abbiamo rivalutato il ruolo dell’impegno, tanto, e ridimensionato quello della fortuna, giusto un pizzico.

Gli esordi

Quando ho iniziato la figura del dj non era delineata come ora nell’immaginario collettivo, il dj era un tecnico, un jukebox umano che in discoteca si preoccupava solo di cambiare i dischi. Le premesse erano molte diverse rispetto ad oggi, allora chi aspirava a diventare un dj casomai lo faceva sull’onda del successo delle radio libere e delle radio pirata che per prime hanno messo tante persone in contatto sfruttando la comunicazione basata sulla musica. Io mi ci sono trovato in maniera abbastanza casuale. Fin da piccolo compravo una scatola di lego e un disco o una scatola di soldatini e un disco, ho sempre avuto un’innata passione per la musica e l’ho sempre coltivata con una costanza che mi ha portato in modo del tutto naturale alle prime feste: in quanto possessore di musica, gli amici mi invitavano a tutte le feste per condividerla. La parte tecnica è venuta dopo, il mio professionale è iniziato davvero dalla passione: ho sempre amato la musica, mi piaceva ascoltarla e parlarne, l’elemento naturale in cui sfogare questa passione era la radio libera. A 13 anni ho fatto le prime trasmissioni e il poco che guadagnavo lo reinvestivo subito in nuova musica.

La svolta

Fino ad allora però ero di indole rock e new wave, mi avvicinavo alla prima elettronica, insomma mi accostavo a generi musicali alternativi rispetto al sound delle discoteche dell’epoca, che era la pura e semplice disco-music che, a dirla tutta, a me non stava nemmeno molto simpatica perché la vedevo come un sottoprodotto senza velleità artistiche. Intorno alla fine degli anni “70, sarà stato l’inverno “77/78, mi è capitata tra le mani una cassetta che ha cambiato le carte sul mio tavolo. In quella cassetta, che veniva direttamente dal “La baia degli angeli” (aperto nel “74/75, è un locale che segnato la storia delle discoteche in Italia, NdR), due dj Claudio “Mozart” Rispoli e Daniele Baldelli, tuttora in attività, mixavano qualsiasi cosa, musiche africane, funky, elettroniche e rock. Mi aprirono la mente, fu come scoprire un mondo nuovo e da allora tutto mi sembrò più plausibile, cominciai a pensare che i generi musicali fossero steccati da superare, che mixare musica significava selezionarla, metterla insieme e far sì che certe cose stessero bene le une con le altre. Questo implicava una grande dose di creatività e io mi sentivo tagliato per questa sfida pur non avendo punti di riferimento, non conoscendo nessun dj professionista. Così mi sono praticamente inventato da solo, partendo dalle discotecucce di paese, cercando di osare sempre un po’ di più, di spostare l’asticella un po’ più in là mettendo musica sempre più originale, qualche volta difficile…avevo un’autonomia di circa  3 o 4 dischi, prima che il proprietario del locale mi cacciasse via in malo modo! Secondo i gestori, in generale, avevo troppa personalità e non ero in linea con le esigenze del pubblico.

Niente poteva farmi cambiare idea, quella sfida era già diventata la sfida della vita per me e a un certo punto mi sono trovato a fare il dj in modo costante, anche se non era certo un obiettivo di carriera, lo vedevo ancora come una passione coniugata con la possibilità di conoscere sempre persone nuove, di scambiare opinioni e condividere buona musica. Una cosa bella e avventurosa che è diventata un lavoro grazie all’intervento di Marco Trani, un importantissimo dj di quegli anni, venuto a mancare di recente e che considero come il mio maestro dal punto di vista professionale.

La professione

Nell’inverno “84/85 ho seguito Marco Trani a Roma come secondo dj e da allora la mia passione è diventata anche un lavoro a tutti gli effetti, mi dava uno stipendio, anche abbastanza interessante perché operavo anche come lucista, ovvero conoscendo bene i dischi mi occupavo di coordinare le luci adatte ad ogni brano quando il primo dj saliva in cattedra. In realtà non mi piace chiamarlo lavoro, perché è una passione che comunque non potrei non coltivare almeno come hobby, ma di fatto lo è non solo per il guadagno, ma anche per tutti i sacrifici che implica, le trasferte infinite, il dover rinunciare a tutte le feste con la famiglia…

Comunque lo si voglia definire da quel momento è stata l’attività che ho svolto a tempo pieno e da quel momento è iniziato un susseguirsi continuo di nuovi traguardi, da pormi e superare, cercando di diventare un professionista senza intaccare l’aura di artigianalità e la capacità di improvvisazione che mi è sempre piaciuta e nella quale rifletto il mio approccio al dj set.

Il ruolo del DJ

La mia generazione ha contribuito a far sì che la gente non vedesse più il dj come un tecnico o come un jukebox umano e che gli riconoscesse il giusto ruolo di anello di congiunzione, di catalizzatore delle energie sprigionate dalla musica e da chi la balla e di canale di comunicazione tra i musicisti e chi li ascolta. Spero che non  abbia contribuito a attribuirgli un plus valore che non gli riconosco, molti dj ora hanno assunto non solo il ruolo di produttori, ma anche quello delle vecchie rockstar anni “80. Il dj dovrebbe svolgere un altro ruolo, protagonista è la gente che balla, lui deve metterla in condizione di divertirsi e stare bene, l’interazione è bidirezionale. Io sono un dj perché quando mi accordo di aver messo il disco giusto al momento giusto, sento come una botta di adrenalina a cui non so rinunciare. Nel momento in cui i dj ricalcano le orme delle rockstar che salivano sul palco ad elargire la propria musica al pubblico, l’interazione ritorna ad essere unilaterale, si fa un passo indietro nell’evoluzione della comunicazione musicale.

Il ruolo del produttore

Non condivido il nuovo assioma per il quale adesso sembra che i dj debbano essere anche produttori, io ho sempre distinto nettamente i due ruoli. Io sono un dj, le mie velleità artistiche e la mia attività di produttore sono una cosa distinta in cui metto in gioco le mie convinzioni musicali e le strutturo in una proposta musicale che non ha niente a che fare col mio essere dj. Il dj per me è quello che sta al centro della festa, la parola chiave è proprio festa, party prima di club. Il party può avvenire ovunque in spiaggia o sulla cima di una montagna, a un compleanno o in discoteca, ma non necessariamente in discoteca, è un momento di condivisione in cui si combinano tanti linguaggi, la musica, la gestualità, le parole, il contatto fisico e visivo tra le persone. Nel party ci sono la gioia, il senso della vita e il piacere di viverla ed è bello essere al centro di tutto questo, anche se spesso questi momenti vengono rovinati da elementi esterni subdoli e negativi.

Con l’avvento dei social network è inevitabile fare branding, devi dimostrare di essere attivo e Facebook è una vetrina molto più ampia rispetto al club per far vedere quello che fa e le potenzialità di un artista. Come produttore è normale che il dj sia entrato nelle cabine di regia, perché l’ascolto acuisce l’intuito e  la consolle è anche un punto di osservazione privilegiato per percepire in tempo reale le reazioni della gente a un suono, un ritmo o una melodia. Un artista impiega mesi a creare, produrre e distribuire e comunque il feedback concreto arriverà dopo qualche mese ancora. Queste informazioni e questa esperienza possono essere utilizzate in maniera positiva per evolversi e migliorare o possono essere sfruttate per meri fini commerciali, dipende dall’onestà intellettuale di chi interpreta questo ruolo.

Il nuovo approccio al prodotto musicale

Mi sono sempre lasciato trascinare dalla musica, prima succedeva fisicamente nei negozi di dischi dove mi tuffavo per comprare una cosa e dai quali riemergevo con dieci cose completamente diverse, ora accade nel web. La passione è la stessa, il rapporto emotivo con la musica è lo stesso, ma mi sembra che manchi una struttura culturale solida come quella a cui era ancorata la mia generazione. Sicuramente oggi c’è una maggiore facilità di accesso alle informazioni e ai materiali, però nel web si naviga, si resta in superficie senza andare in profondità, non si entra nell’anima del prodotto e si perde il rispetto.

Non ho mai visto nessuno buttare un disco e nemmeno un libro nel cassonetto, a prescindere dal fatto che il contenuto sia bello o brutto resta archiviato in uno scaffale.  Il supporto fisico dell’opera creativa in qualche modo proteggeva e incuteva rispetto per la fatica di tutte le persone che avevano creduto e lavorato a quel progetto. Ora una canzone è solo un file, un’entità astratta e immateriale, e, se non piace al primo ascolto, viene cancellata subito per lasciare spazio ad altro sull’hard-disc.

Qualcosa si è perso. Questo cambiamento ha avuto un forte impatto su quelli della vecchia guardia perché ci siamo inciampati per strada, spero che le prossime generazioni sviluppino gli anticorpi necessari per i nuovi scenari tecnologici, trovando nuove soluzioni che coniughino il vecchio e il nuovo in modo armonico. Dal mio angolo di osservazione, mi sembra che la musica in genere ora sia trattata in maniera diversa: è diventata un prodotto di smercio priva di quella sacralità che un tempo le era riconosciuta e con cui io sono cresciuto. Questo diverso approccio al prodotto musicale inevitabilmente ha influito anche sulla creazione dei contenuti, è diventata anch’essa più superficiale. Se è stata varata una legge sui cookie è proprio perché questi algoritmi, che indicizzano le preferenze degli utenti e, di conseguenza, determinano le scelte dei produttori, ormai condizionano tutta la nostra vita. Per questo motivo le proposte del mass market, non solo in ambito musicale, sono sempre più targettizzate e ci troviamo avvolti in una spirale di banalità sempre più becera.

Evoluzione e tradizione

Dal punto di vista tecnologico, quasi tutti i prodotti di ultima generazione sono comunque dei surrogati di giradischi e mixer per cui io personalmente preferisco continuare ad esprimermi attraverso i vinili e il mixer classico, mi danno sicurezza, sono il mio strumento… fossi stato un violoncellista non mi sarei convertito facilmente alla chitarra elettrica! Sicuramente l’evoluzione delle consolle può agevolare il lavoro, potendo utilizzare un hard – disc  praticamente illimitato è facile avere la risposta giusta a qualsiasi richiesta, ma il mettersi in gioco per me è inventarsi una risposta sul momento anche quando sembra che tu non ce l’abbia e vedere che funziona. Se metti a disposizione di uno chef qualsiasi ingrediente non sei in grado di valutare davvero la sua arte, la sfida è dargli una mistery box e vedere cosa riesce a farne. Allo stesso modo per me la serata perfetta inizia quando metto i dischi nella borsa, prima di partire per il locale, è in quel momento che fai delle scelte su basi meramente ipotetiche, come suggestione e intuito… e a volte anche a caso. Quando sei sul posto devi combinare quegli elementi in modo tale che funzionino, qua sta il bello… se avessi a disposizione tutto, mi annoierei!

Ci sono molti dj superstar che suonano in maniera preordinata il loro set perché è sincronizzato con luci ed effetti speciali, quindi non possono improvvisare nulla per non far saltare l’intero schema. Potrebbero andarsene e lasciar scorrere una registrazione, Youtube è pieno di testimonianze di superdj che si sbracciano e toccano tasti spenti, recitano una parte. In fondo è una questione di scelte io la interpreto in modo diverso, per me il dj resta un artigiano e non mi interessa la parte industriale preferisco lavorarmi il pezzo da solo, fare di meno, ma farlo a modo mio. 

Il pubblico

Il gioco dell’improvvisazione è una sfida per il dj, ma può essere più stimolante anche per la gente che balla e si gode il momento. Il pubblico migliore non ha pregiudizi di sorta, ha un approccio spontaneo e diretto col dj, tipo “facce ride” all’Alberto Sordi, è quello che è là per ballare, lasciarsi coinvolgere ed emozionarsi. Certi percorsi tecnologici hanno standardizzato l’evento, non c’è più alcuna sorpresa, nessun margine di errore e nemmeno emozioni vere, appiattite e ricostruite in espedienti di natura scenografica.

Il pubblico italiano purtroppo ha ancora un complesso provinciale, è troppo esterofilo, sembra che qua la globalizzazione sia unidirezionale dall’esterno verso l’interno. Crediamo poco nei nostri prodotti, nella musica in particolar modo spesso il successo arriva prima all’estero per poi essere riconosciuto in Italia. 

Se questa chiacchierata ci ha convinti che la passione è la chiave per trasformare un hobby in una professione, non riusciamo a credere che in questa storia non ci sia qualche ombra…

Dopo un momento di grande successo molti artisti, affrontano un periodo buio, come un risveglio difficile dovuto all’assunzione massiccia di popolarità la notte precedente. Possibile che qua tutto sia filato liscio? Mai vissuto un periodo di crisi lavorativa in cui mancava qualcosa, lo stimolo, l’ispirazione o semplicemente la convinzione in quello che stavi facendo semplicemente?

E poi, non si dice forse che la felicità duratura è riservata solo a chi gode anche di un certo grado di stupidità? Le persone intelligenti solitamente godono attimi di felicità, ma si mettono in discussione, riflettono su di sé e su ciò che li circonda, hanno qualche rimpianto e qualche rimorso perché ci sono sempre delle occasioni che abbiamo saputo cogliere al volo e qualche treno sul quale non abbiamo potuto o non abbiamo voluto salire…se Claudio Coccoluto potesse riavvolgere il nastro cosa farebbe?

Trent’anni di onorata carriera, l’esperienza del passato, la consapevolezza di oggi, non avrà anche le idee chiare sul futuro?!

Soddisfazioni e pseudo rimorsi

Per fare questo mestiere, mettersi al centro del party, è inutile negarlo, ci vuole una certa dose di egocentrismo, da questo punto di vista posso dire che ho avuto molte soddisfazioni dal mio lavoro e mai avrei pensato di parlarne ancora a 53 anni. E, ad essere onesto, se potessi cambiare qualcosa nel percorso che mi ha portato fino a qua, credo che sarei ancora più integerrimo, sarei un fondamentalista. Non so se si possa chiamare rimpianto qualcosa che hai deciso di non fare e forse non lo si può chiamare nemmeno rimorso perché ci sono stati alcuni bivi professionali che razionalmente imponevano una scelta opportunistica, invece io ho seguito il cuore: la passione per la musica non mi ha mai tradito, quando ho seguito l’istinto non ho mai sbagliato, quando ho seguito l’interesse mi è capitato. Qualche volta è umano indugiare sul mero tornaconto, ti metti alla prova, hai bisogno di capire la tua vera natura e io ho capito che mi posso fidare del profondo rispetto che ho per la musica.

Hangover

Gli anni “90 sono stati un periodo di grande evoluzione nel mondo dei dj, successivamente, tra il 2005-2008, con l’avvento della musica cosiddetta minimale, ho passato un momento non facile. Si trattava di un discorso musicale che davvero non mi apparteneva e non sapevo da dove prendere il bandolo della matassa. Un nuovo genere apre spazio a nuovi personaggi e in qualche modo inizia a schiacciarti, a comprimerti e togliere spazio a te che eri abituato ad averne tanto. Questo mi ha portato a un periodo di profonda riflessione, in cui tra le tante domande la più importante era “quanto credo ancora in quello che sto facendo?”, non quante serate fai o che musica devi mettere. Ancora una volta ho trovato la risposta nella musica, mi sono chiuso nel mio archivio ad ascoltare vecchi dischi e ne sono uscito con una consapevolezza: può arrivare tutta la minimal del mondo, ma io ho un patrimonio acquisito di conoscenze musicali e competenze, ho tutta l a mia sensibilità e la mia energia e niente di tutto questo può essere messo in crisi da una moda, che poi sapevo essere passeggera. Credo che essere ancora in attività con tanti concorrenti giovanissimi e pieni di energia, sia anche il frutto di questa presa di coscienza unita al fatto che nel frattempo mio figlio è cresciuto, ora ha 21 anni, e in lui ho rivisto molto di me quando ero ragazzo. È scoccato qualcosa di magico.

La rinascita

Grazie al rispetto per la musica ho ripreso fiducia in me e in quello che mi piaceva proporre a dispetto di quello che andava di moda, mio figlio ha riacceso la voglia di riprendere a produrre musica, in quello studio che era fermo a impolverarsi per mancanza di stimoli e di energie e tutto questo ha rimesso in moto mille altre cose. Oggi mi ritrovo nel 2015 con tre etichette discografiche: ho fatto ripartire la mia vecchia etichetta, abbandonato dal 2002, una nuova gestita totalmente da mio figlio Giammaria e una terza che è il prodotto delle due culture, la sua nuovissima di avanguardia e la mia di esperienza e di più larghe vedute.

La quota di digitale è il minimo sindacale richiesto dal distributore, quello che mi interessa è fissare nel vinile la mia idea di musica. Stampiamo 500 copie di dischi fisici, se tutto va bene copriamo le spese, non abbiamo ambizioni commerciali sotto questo punto di vista, volendo trovare lo scopo utilitaristico potrebbe essere fare branding, in senso positivo sulle idee della persona e non sulla sua figura in cartongesso. Non ho mai pensato a uno sfruttamento intensivo, non sarei in grado di far uscire un brano per meri fini commerciali perché sono incapace di inseguire il trend di qualcun altro: resto un artigiano il mio obiettivo casomai è quello di imporlo uno stile casomai! Imporre uno stile significa trovare soluzioni originali, rifuggire l’ovvietà e la banalità mettendoci qualcosa di me stesso, è questa la cosa importante.

Per me è un nuovo inizio, rivivo sensazioni che ho già provato, le speranze e le aspettative per il nuovo disco, ma adesso le condivido con mio figlio e gioco con nuove regole dettate dal commercio digitale. Avverto una tensione positiva che mi ricorda gli esordi.

Per le generazioni più giovani non sono nel novero dei nomi più importanti, si tratta di una sfida nella sfida: devo riconquistare posizioni da zero e far scoprire loro che c’è uno storico, a loro sconosciuto e di cui ora non gli importa niente, ma  se trovo la maniera di pungolarli di farli interessare a quello che ho fatto, a quello che sto facendo e a quello che farò allora avrò vinto un’altra scommessa. In quest’ottica per me Giammaria è il paradigma di tutto il mondo giovanile, un mondo che rischiavo mi sfuggisse, invece attraverso lui ho un canale aperto un colloquio diretto.

Il retaggio

Non so quando smetterò di fare quello che faccio, forse quando la risposta del fisico sarà meno “performante”, ma da poco ho suonato con Moroder, classe 1940, è salito alla consolle come un ragazzino e ha fatto il suo dj set mettendo un nuovo limite al termine di longevità. Quello che so è che vorrei lasciare un segno su come la gente si pone rispetto alla musica, per me è una fissazione e, se riuscirò portare qualche idea innovativa nel modo di fruire la musica nel club, avrò raggiunto uno dei miei scopi nella vita. Non so se ci riuscirò perché è complicatissimo e la crisi economica limitato la possibilità di sperimentare e trovare soluzioni, perché implica un costo, però vorrei lasciare un terreno fertile e non un campo inaridito, lo sento come un dovere nei confronti di mio figlio e nei confronti di qualunque nuovo dj.

C’è qualcosa in quello che fa un dj che non cambierà mai: la soddisfazione e la gioia di vedere il sorriso delle persone che ballano perché hai azzeccato il disco, il disco giusto al momento giusto, è un’alchimia indescrivibile. Nella serata perfetta, il disco giusto ti salta in mano lui, non sei tu a cercarlo nella borsa perché non c’è una scelta razionale, ma qualcosa che somiglia più alla magia.

Purtroppo il divertimento, invece, è stato canalizzato in una serie di consumi, alcuni anche pericolosi, che gli hanno tolto spontaneità. Spero che questa tendenza si possa invertire. I ragazzi fanno tutto per avere qualcosa da scrivere su Facebook, questo ha creato un corto circuito tra quello che vogliono fare e quello che pensano di dover fare per compiacere gli altri. È un atteggiamento diffuso al punto che in discoteca, come ai concerti, il pubblico passa la serata a riprendere l’artista col telefonino per condividerla nel mondo virtuale anziché viverla direttamente. Forse dovremmo ri-indicizzare la parola “condivisione”, forse la soluzione è ripartire dai club più piccoli, in cui si può ancora vivere un evento musicale con naturalezza…

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Non possiamo scrivere la parola fine a questa storia e non vogliamo farlo, ci ha fatto sognare, ci ha fatto divertire e ci ha fatto riflettere. Aspettiamo i prossimi sviluppi, vogliamo lasciarci stupire e di certo saprà ancora emozionarci.

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Dati anagrafici

Nome e Cognome

Claudio Coccoluto

Luogo e data di nascita

Gaeta, 17 agosto 1962, Leone

Città attuale

Roma

In attività da

Inverno “84/85”

GUSTI E TEMPO LIBERO

Sport

Tennis

Hobby

Produzione Musicale

Libro

“Il nome della Rosa” Umberto Eco

Film

Tutta la produzione di Kubrick e dei fratelli Coen

Game

Assassin’s Creed

Radio

La programmazione notturna di Capital

Aforisma

“Chi lavora con le mani è un operaio, chi lavora con le mani e la testa è un artigiano, chi lavora con le mani, la testa e il cuore è un artista” San Francesco d’Assisi

AL LAVORO

Locale:

GOA Disco Club Roma, Via Giuseppe Libetta, 13, 00154 Roma, Italia

Canzone:

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